C’è un problema con le chiacchiere, le bugie, le frappe o come preferiate chiamare i dolci di Carnevale secondo la vostra latitudine. Il prezzo, direte voi, e da un certo punto di vista avreste anche ragione. Ma non è solo una questione di aumenti, che pur non mancano. È un problema di percezione, di celebrità e anche di chiarezza verso il consumatore e rispetto delle regole sull’indicazione dei prezzi in vendita.
Il Massari Gate
La pietra dello scandalo è stata lanciata qualche giorno fa, e la polemica non accenna a placarsi. Iginio Massari, certamente un habitué della pasticceria non proprio a buon mercato e forte dell’aver elevato il panettone artigianale a status symbol, esce con le sue chiacchiere a 100 euro al kilo.
Prezzo ben al di là anche dei peggiori rilevamenti Altroconsumo, che registrando aumenti del 7% dall’anno scorso, segna 60€ come voce più costosa della forbice, e un sensibile aumento anche per lo stesso Massari, rispetto agli 80€/kg dell’anno scorso. Interviene Guido Mori che, come sua abitudine, non le manda a dire: il Carnevale è una festa popolare e “qui non stiamo più parlando di cibo, ma di cinture di Gucci”.
100 euro tondi tondi, cifra che agli occhi del consumatore medio supera evidentemente una soglia psicologica.
Eppure, senza tanto clamore mediatico, c’è chi quel prezzo l’ha abbondantemente superato, e nessuno se ne lamenta. Com’è possibile? Oltre al fatto di non essere una celebrity della pasticceria le cui, la risposta potrebbe essere la pratica, sempre più diffusa, della vendita al pezzo.
Chiacchiere al pezzo vs. a peso
La questione ci è saltata all’occhio guardando le chiacchiere della pasticceria Marchesi 1824, storica insegna milanese acquisita nel 2014 dal gruppo Prada (“non sono cinture di Gucci”, ma Mori ci si era avvicinato). Un’operazione che non ha portato granché fortuna alla casa di moda ma non è questo il punto.
Dando un’occhiata al loro shop online, le chiacchiere si possono acquistare in vassoi -in consegna solo a Milano città- da 24 o 36 pezzi, a 16 o 24 euro. Senza vederle dal vivo, è difficile farsi un’idea, per cui proviamo a telefonare per capire il prezzo al peso: c’è voluto un po’, ma la stessa pasticceria dichiara 125 al kilo.
Siamo ben oltre Massari, quindi, e a più del doppio della fascia più alta registrata da Altroconsumo. È chiaro che la vendita al pezzo permetta di comunicare il conto al consumatore in maniera molto meno traumatica anche sul punto vendita, in cui un pezzo di pasticceria è un pezzo e basta e spendere un euro non da la percezione di un costo esorbitante, e che i prezzi al peso siano chiaramente esposti, come è obbligatorio che sia, poco importa.
Adesso pensiamoci un attimo: quante pasticcerie in tempi recenti avete visitato che offrono una chiacchiera a un euro? Ora sapete che state spendendo cifre ben superiori ai tanto vituperati 100€ di Iginio.