Tira aria di rinnovamento nella comunicazione dei pezzi grossi del caffè, e non è detto sia una buona notizia. Giusto un mesetto fa Andrea Illy, amministratore delegato dell’azienda che porta il suo cognome, si è sostanzialmente appropriato del valore etico dell’aumento del prezzo della tazzina, necessario per una ridistribuzione della ricchezza su tutta la filiera, e sorvolando su decenni di pratiche commerciali che hanno portato esattamente alla situazione non gradita dall’AD.
Ora tocca ad un altro gigante del settore, Lavazza, che a fronte dei dazi di Trump in arrivo, ha la soluzione pronta: produrre tutto in USA.
Lavazza in America

A dare la “buona” notizia è Antonio Baravalle, ceo dell’azienda torinese, durante la presentazione dei conti 2024 del gruppo e presentando i piani di un 2025 che, tra rincari ed effetto Trump, si presenta particolarmente complicato.
La premessa di Baravalle: “noi abbiamo una presenza importante negli Stati Uniti, quel mercato oggi pesa il 16% per noi. Abbiamo due sedi e circa 400 persone. L’obiettivo rimane quello di crescere, è chiaro che i dazi fanno male a tutti”, e aggiunge: “il fenomeno dei dazi in generale è pericoloso per l’economia globale con rischio di inflazione ed eventuali recessioni dietro l’angolo”.
Ora però i dazi non sono più una minaccia, ma una realtà. E mentre chi poteva ha accumulato prodotto in USA in tempo utile per non subire tariffe, la soluzione di Lavazza è più ambiziosa: “A oggi il 50% della nostra produzione americana è realizzata negli Stati Uniti, ci manca un altro 50%. Il progetto per completarla è approvato, si tratta di accelerarlo, ma è chiaro che ci sono dei tempi. Noi siamo pronti, vedremo cosa accadrà”.
Insomma, per Lavazza non sembra un grande problema: la soluzione è non esportare più caffè lavorato in Italia, ma produrre tutto direttamente là, e quel 50% di prodotto destinato al mercato statunitense che veniva prodotto da noi verrà a mancare. Se chi se lo può permettere, come il colosso del caffè torinese, agirà così, Trump avrà già ottenuto una prima vittoria nella guerra commerciale, visto il suo obiettivo dichiarato di portare le multinazionali a produrre negli USA.