Era nell’aria da un po’, e sembra che ormai il momento tanto temuto da appassionati e addetti ai lavori sia arrivato: il 2025 sarà l’anno della resa dei conti per la birra artigianale. Anni di crescita incontrollata del numero di produttori senza un proporzionale aumento della domanda hanno creato una fragilità in un settore a cui la recente, disastrosa congiuntura economica sembra aver dato il colpo di grazia.
Quest’anno il movimento craft italiano è partito male, con chiusure, vendite e ridimensionamenti a beer firm di nomi storici della scena, e molti sono pronti a scommettere che la lista si allungherà. Qualunque appassionato di birra artigianale abbia visitato il Beer and Food Attraction 2025 appena svoltosi a Rimini avrà avuto modo di notarlo: al netto di un evento di indubbio successo, con un numero complessivo di stand in aumento, nel padiglione dedicato al settore indipendente si respirava un’altra aria. Meno birrifici indipendenti del solito, in una manifestazione che è da sempre un’importante vetrina per gli operatori.
Ma se l’Italia si prepara a un annus horribilis per la sua birra artigianale, due storici mercati di riferimento come quello inglese e statunitense non sembrano passarsela meglio, registrando per la prima volta una forte recessione.
La situazione in UK
Stando ai numeri della SIBA, Society of Independent Brewers, il 2024 ha visto la chiusura di un centinaio di birrifici, il numero più alto mai riscontrato, un dato confermato anche dalle rilevazioni del Camra, storica associazione che promuove stili e pub tradizionali britannici.
Sembra quindi che la “craft beer revolution”, iniziata nel 2002 con gli alleggerimenti fiscali per i piccoli birrifici voluti da Gordon Brown, sia giunta al termine. Le ragioni sono un triste ritornello già sentito: rincari su materie prime ed energia, marginalità ridotte all’osso, diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori e l’ultimo aumento delle accise sugli alcolici voluto dal governo conservatore di Rishi Sunak. Oltre a questo, la SIBA lamenta pratiche poco corrette da parte dell’industria, che dopo l’acquisizione di marchi artigianali li commercializzano aggressivamente, togliendo quote di mercato a chi craft e local lo è davvero.
La crisi negli USA
I numeri diffusi dalla Brewers Association americana non offrono un quadro più confortante. Il 2024 ha visto 399 birrifici chiusi, a fronte di 335 nuove startup: è la prima volta che la bilancia aperture/chiusure registra un dato negativo.
I guai sono iniziati con il COVID, come conferma Bart Watson, presidente della BA: “la pandemia ovviamente ha avuto una lunga scia di conseguenze per l’economia e per la filiera alimentare, e ha cambiato le abitudini di consumo del pubblico”.
Numeri negativi arrivano da un po’ tutte le zone d’America: il Colorado, stato famoso per la sua vivacissima scena della birra artigianale, registra un -3%, e gli “stati col più alto numero di birrifici”, sono quelli in cui il numero di attività che hanno chiuso i battenti è il più alto come California e Pennsylvania, con un consumo annuale negli USA che è sceso di due punti percentuali.
Se gli appassionati bevitori di birra artigianale della prima ora si preparano a salutare alcuni tra i loro produttori preferiti, molti tra i professionisti del settore interpretano la cosa come un naturale, per quanto doloroso, riassestamento del mercato. Una selezione che non guarderà in faccia e nessuno, e a cui potranno sopravvivere solo le aziende con le spalle abbastanza larghe o che saranno in grado di adattarsi a cambiamenti repentini e radicali.